L’inquinamento ci entra dritto nella testa

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Secondo un nuovo studio, le nanoparticelle ultrafine aumentano il rischio di cancro al cervello

Di solito ci preoccupiamo molto per il PM 2.5, che sta ad indicare il particolato fatto di particelle più piccole di 2,5 micrometri, ma adesso c’è anche qualcosa di peggio a cui pensare: l’UFP (particolato ultrafine), ovvero le particelle più sottili di 0,1 micrometri.

Questo ci dice un recente studio che si è occupato dei particolati che vanno dal micro al nano: le nuove ricerche, condotte da Scott Weichenthal alla McGill University di Montreal, hanno collegato queste sostanze piccolissime al cancro al cervello.

Come raccontato sul The Guardian, in realtà, «la scoperta di abbondanti nanoparticelle tossiche provenienti dall’inquinamento atmosferico nel cervello umano è stata fatta nel 2016. Una revisione globale all’inizio del 2019 ha concluso che l’inquinamento atmosferico potrebbe danneggiare ogni organo e praticamente ogni cellula del corpo umano».

Il recente studio ha seguito 1,9 milioni di adulti a Toronto e Montreal, correlando dati di censimento, ubicazioni residenziali, emissioni di particelle ultrafini e tumori cerebrali, e arrivando a concludere che le UFP ambientali possono rappresentare un fattore di rischio precedentemente non riconosciuto per i tumori cerebrali incidenti negli adulti.

Quindi la speranza è che gli studi futuri mirino a indagare l’inquinamento atmosferico in questo senso, vista l’elevata prevalenza di esposizione a UFP nelle aree urbane.

Gli UFP provengono da molte fonti (auto a benzina, fonti industriali, diesel) e sono regolati pochissimo, quindi dovremmo di certo fare uno sforzo (anche) personale per evitarli.

 

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