Rifiuti 2 / Trovare una via alternativa alla discarica

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Prosegue l’intervista di Ecoseven.net con Roberto Prioreschi, partner della multinazionale leader nella consulenza strategica e organizzativa Bain, sul ciclo dei rifiuti. Quali sono le alternative alla discarica in Italia? Prosegue l’intervista di Ecoseven.net con Roberto Prioreschi,partner della multinazionale leader nella consulenza strategica e organizzativa Bain, sul ciclo dei rifiuti.

Sono sempre di più le amministrazioni locali che lanciano allarmi per discariche in via di esaurimento, e costruirne di nuove è sempre complicato. Esiste una alternativa alla discarica?

 

 

Le discariche oltre a non essere ecosostenibili, ad avere capacità limitate e a richiedere di essere monitorate post mortem così da evitare disastri ambientali, sono inefficienti perché non facilitano il recupero di materia o energia o lo fanno in forma marginale con il Biogas. Le alternative sviluppate nel corso degli anni, differenziate prevalentemente a seconda della tipologia di rifiuto, sono orientate esattamente a ottenere dai rifiuti la produzione di materiali da riutilizzare o di energia elettrica/termica ed essere soluzioni sostenibili nel tempo.

 

 

I rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata possono infatti essere gestiti attraverso impianti di selezione , volti a ottenere nuovi materiali processando la cosiddetta frazione secca (scatole, contenitori di plastica, vetro, …), oppure attraverso impianti di digestione anaerobica, ossia di tecnologie biologiche che sfruttano processi di ossidazione per trasformare la frazione organica (o umida) in concimi agricoli; tale processo permette di ottenere la produzione di energia elettrica e termica, attraverso lo sfruttamento del biogas ottenuto nel corso del processo.

 

 

I rifiuti provenienti dalla raccolta indifferenziata, che nonostante la forte contrazione dei volumi a seguito dell’effetto crisi e incremento della raccolta differenziata è ancora la maggior parte, vede come vera alternativa il  trattamento meccanico biologico, il cui grande vantaggio consiste nella possibilità di ottenere il CDR, ossia il combustibile derivato dai rifiuti  o sottoprodotti con più elevato potere calorifico, che processati all’interno dei Waste-to-Energy permettono la produzione di un elevato quantitativo di energia elettrica o termica.

 

 

 

 Il CDR inoltre, come prassi in altri paesi, potrebbe anche essere conferito a specifici impianti industriali, quali ad esempio i cementifici, in modo da essere utilizzato nell’ambito dei processi produttivi; un’opzione che, però, richiederebbe una significativa revisione normativa per il contesto Italiano.

 

 

Tutte queste soluzioni hanno il grande pregio di non andare a esaurimento, come invece succede per la discarica, e di garantire interessanti recuperi, ma di contro è doveroso notare che sono soluzioni che richiedono importanti investimenti, con complessità gestionali maggiori e non sempre di facile accettazione per la comunità.

 

 

A che punto è l’Italia nel suo percorso verso il corretto smaltimento dei rifiuti?

 

 

Non possiamo dire che l’Italia sia uno dei paesi più avanzati per lo smaltimento dei rifiuti: è vero che molti sforzi sono stati fatti nel corso degli ultimi anni per cercare di allinearsi alle best practice europee, ma alcuni fattori limitano ancora il raggiungimento di elevati livelli di efficienza e portano il nostro paese a essere ancora troppo legato alle discariche.

 

 

E’ necessario evidenziare come vi siano forti differenze tra le singole regioni per motivazioni legate prevalentemente al contesto politico-normativo, al tessuto industriale e alla presenza o meno di operatori in grado di affrontare investimenti impiantistici significativi. Grazie a operatori come le grandi municipalizzate (ad esempio A2A, Hera, Iren) è stato possibile per regioni quali l’Emilia Romagna e la Lombardia in primis diventare centri di eccellenza.

 

 

Per far sì che il processo di sviluppo del settore si estenda, senza ulteriori rallentamenti, alle altre zone del nostro territorio (soprattutto quelle più critiche) è innanzitutto necessario che da un punto di vista della normativa, sia nazionale che regionale/locale, siano introdotte regole che garantiscano agli investitori maggior sicurezza e ritorni sul capitale più certi: fenomeni quali la revisione dei sistemi di incentivazione per gli inceneritori o la limitata chiarezza in merito al perimetro di attività che andrà a gara (una volta scadute le concessioni sulla raccolta) sono elementi fortemente limitanti. Una prova di ciò è data ad esempio dal ridotto interesse che gli operatori stranieri stanno progressivamente avendo verso il mercato Italiano, arrivando talvolta a ipotizzare la dismissione delle attività detenute.

 

 

In secondo luogo molti operatori del mercato, troppo numerosi e frammentati, non hanno le capacità e le risorse per sostenere investimenti rilevanti (soprattutto in un momento di contrazione del credito dagli istituti finanziari). Nel breve periodo quindi l’unica opportunità è quella di facilitare e stimolare un processo di  consolidamento del settore, anche attraverso partnership locali come quella realizzata tra Hera e la società Quadrifoglio per lo sviluppo del Waste-to-Energy di Firenze.

 

 

Da ultimo, ma non meno rilevante, è presente un tema di accettazione culturale. I casi di successo realizzati in altri paesi europei (ad esempio, a Vienna) ci dimostrano come i Waste to Energy  possano essere sviluppati in maniera efficiente e senza impatti per la comunità anche in territori cittadini; questo deve spingerci verso una maggiore accettazione di tecnologie efficienti e a evitare di farsi guidare dalla logica del “si, ma non a casa mia”, che purtroppo ancora caratterizza il nostro Paese.

 

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